Il ruolo dell’insegnante nella scuola di Renzi

La scuola ha sempre rivendicato a sé la funzione di sostenere e riprodurre i rapporti sociali vigenti.

Docilità, rassegnazione, accettazione dell’autorità, sono sempre stati gli elementi fondamentali dell’istituzione scolastica a tutti i livelli. L’elemento conoscitivo-scientifico è sempre rimasto marginale, in nome di una cultura quasi esclusivamente verbale, “apolitica, neutrale, indirizzata alla generalità dei cittadini, volta al bene comune” come è stato più volte ribadito da Renzi.

In una scuola riproduttrice e garante della gerarchia sociale, l’insegnante svolge un lavoro riconosciuto come utile al sistema, ma non produttivo. Egli adempie ad una funzione ben precisa, in quanto trasmette l’ideologia della promozione sociale ed è tenuto a fornire un tipo di cultura verbale, non verificabile nella prassi, che si presenta come neutrale, asettica, definitiva.

L’insegnante in sostanza è una specie di bracciante culturale, privo di sicurezza economica, che vive una condizione di disagio legato all’affastellarsi di circolari, leggi, disposizioni, domande, scadenze, graduatorie.

A questo si aggiunge il senso di frustrazione dovuto al crollo del mito dell’insegnante trasmettitore di nozioni valide in senso assoluto, per definizione “formative”.

L’insegnante è integrato nel sistema, costretto a funzioni passive, ripetitive, di controllo, subordinato a rigide norme la cui trasgressione comporta delle sanzioni da parte delle autorità superiori.

In cambio di questi disagi, di questa sottoutilizzazione delle sue conoscenze e della negazione del suo ruolo di intellettuale, l’insegnante viene trattenuto in una posizione di soggetto relativamente privilegiato, con un orario di lavoro abbastanza comodo con controlli non troppo rigidi, purché non esca dal suo ruolo di “trasmettitore” asettico di conoscenze, vincolato a modelli arcaici, senza instaurare alcuna dialettica con il nuovo.

Prigioniero di questa logica l’insegnante reagisce al processo di dequalificazione rivendicando la propria funzione giudicante, per non regredire a prestatore d’opera di incerta qualifica.

Nel giudizio finale, nel promuovere o bocciare, l’insegnante si illude di essere libero e dimentica colpevolmente di essere un lavoratore subordinato senza diritti e ormai privo di ogni riconoscimento sociale.